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CON LA DELOCALIZZAZIONE

I RICCHI SONO SEMPRE PIU’ RICCHI

ED I POVERI SONO SEMPRE PIU’ POVERI

di Nedo Paglianti

 

 

Quando, a fine anni '80, vedevo aziende italiane che chiudevano i propri stabilimenti per trasferirli in paesi cosiddetti “in via di sviluppo” (Est europeo e Cina), mi chiedevo come fosse possibile essere così attratti dal profitto e diventare così idioti da non accorgersi che questa fosse una strategia suicida, in quanto avrebbe impoverito la gente riducendo drasticamente il loro potere d'acquisto, annichilendo il mercato.

 

Mi sbagliavo e mi sbagliavo di grosso, perché come dicono a Napoli “Accà nisciun’è fess!”.

 

Indubbiamente, la “delocalizzazione” (così si chiama il chiudere una fabbrica per portarla all'estero) ha creato disoccupazione, dolore e fame. Il mercato è stato sì ammazzato per la caduta verticale del potere d'acquisto della gente, ma questo non è stato fatto avventatamente: tutto era stato previsto, solo che io non avevo fatto abbastanza mente locale sul perché. Mi ero soffermato, come molti fanno ancora oggi a distanza di oltre vent'anni, a pensare che si trattasse di una forma mentale schizofrenico-dissociativa di una certa imprenditoria italiota, ma non è affatto così.

 

La ricchezza di una persona non sta nel valore assoluto dei soldi che possiede, ma in quello relativo. Mi spiego: se ho cento Euro in tasca in via Montenapoleone a Milano, sono fondamentalmente un morto di fame. Se, però, ho i soliti cento Euro in Cambogia, o in Africa, o in Romania, sono un benestante.

 

Se la gente perde il lavoro, non ha più soldi. Se non ha più soldi, è povera. Se è povera, è costretta a vendere quello che ha per sopravvivere. Se è costretta a vendere quello che ha per sopravvivere, non vende ma “svende”. Questo si chiama “crollo del potere d’acquisto popolare” ed è un evento che, di fatto, raddoppia il valore dei soldi di chi li ha. Se la maggioranza della gente “svende”, io capitalista, che i soldi ce i ho, compro meglio e di più, proprio come se i miei soldi fossero raddoppiati di valore, perché la cosa acquistata è la stessa: il suo valore dimezzato non dipende dalla qualità della cosa, ma solo dal fatto che il suo proprietario è in difficoltà economica e quindi ridimensiona le proprie richieste. Questo fenomeno, dove il più debole è costretto a cedere al volere del più forte pur di sopravvivere, si chiama anche “vessazione” e dovrebbe essere un reato da punire per legge.

 

La strategia della “delocalizzazione” è quindi un piano double-face: dal lato del breve termine, si aumentano esponenzialmente i profitti delle vendite per il ridotto costo delle produzioni. Dall'altro, quello del lungo termine, si impoverisce la gente che non ha più lavoro, abbassando così il valore generale del mercato ed aumentando - ancora di più - la propria ricchezza sia in termini oggettivi, sia di potere d’acquisto delle proprietà altrui.

 

I piccoli commercianti, infatti, in questo senso sono stati la vittima preferita della grande impresa negli ultimi anni. Migliaia, forse decine di migliaia, forse centinaia di migliaia di piccoli negozi hanno chiuso i battenti favorendo la grande distribuzione (gli ipermercati) che ne hanno acquisito proprietà e licenze.

 

Moltissimi piccoli proprietari di immobili hanno dovuto cedere la casa od i terreni alla banca od al grande immobiliarista che, in entrambi i casi, hanno speso quasi la metà del valore nominale d’acquisto in quanto il proprietario del bene immobile, caduto in miseria, ha dovuto vendere a prezzo di realizzo e senza nessun potere negoziale.

 

Spesso si sente dire: “Chi è ricco diventerà ancora più ricco e chi è povero diventerà ancora più povero”. Certamente, questo è quello che volevano che accadesse ed è questo quello che sta già accadendo.

 

Questa strategia (ben descritta anche da Silvio Berlusconi in un discorso che tuttora è ascoltabile in rete) è quanto di più aberrante ed antisociale che il sistema libertario capitalista abbia mai potuto concepire.  In pratica, si mira all'aumento dei profitti personali e, come effetto collaterale, si ottiene l'impoverimento delle masse per poterne acquisire le proprietà a costi irrisori.

 

Dunque, come quasi tutte le cose del demonio, il lato sconcertante di questa strategia delinquenziale della delocalizzazione è che la sua attuazione sorte, ahimé, più di un effetto positivo per il malfattore che la pone in atto: la prima conseguenza è quella di aumentare i profitti riducendo drasticamente il costo del lavoro; la seconda, quella di potersi impadronire di un sempre più vasto patrimonio grazie all'impoverimento della gente causato proprio dalla delocalizzazione stessa.

 

E' esattamente come uccidere a scopo di rapina: non solo si rubano i soldi, ma si impedisce alla vittima, ammazzandola, di denunciare il ladro.

 

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