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lA REINCARNAZIONE QUALE STRUMENTO

PER IL MANTENIMENTO DEL POTERE

di Nedo Paglianti

 

La reincarnazione, di per sé, è un argomento estremamente delicato. Si può crederci o no, ma è un dogma di fede e, in quanto tale, merita il massimo rispetto. Appunto per questo, invece, meritano il massimo disprezzo coloro che ne abusano a fini di potere.

 

In tutte le organizzazioni sociali dove vigano ancora regole genuine, siano esse branchi di lupi o collettività umane, i capi sono scelti per acclamazione e, di solito, questa scaturisce dal fatto che gli acclamanti riconoscono all'acclamato dei meriti speciali.

 

Ogni individuo, sia esso animale od uomo, matura la propria caratteristica definitiva solo quando raggiunge l'età adulta e quello che di lui influisce sugli altri membri del clan al punto di essere riconosciuto capo sono, appunto, la sua personalità, il suo sapere, la sua forza, la sua perizia nel fare le cose e via dicendo.

 

Tuttavia, nessun capo può sentirsi al sicuro in eterno. In nessuna organizzazione, che si fondi su regole oneste, il ruolo di "capo" è permanente. Quelli che detengono la leadership sono costantemente sottoposti a prove della loro abilità e, soprattutto, devono guardarsi dalle insidie che gli arrivano dai potenziali concorrenti. Questo succede in modo naturale, indistintamente, tra tutti gli esseri viventi che passino la propria esistenza in strutture sociali umane o branchi animali evoluti, che dir si voglia.

 

Ogni potenziale concorrente del capo in carica, avrà certamente avuto esperienze diverse da quelle del leader del momento. Potrà avere più cultura o più forza, potrà conoscere più cose, potrà, insomma, aver avuto un percorso di vita che, attraverso l'esperienza, l'abbia formato in modo tale da essere migliore del capo attuale.

 

Ma, ahimè, i nuovi capi, solitamente, portano innovazioni e modifiche rispetto a quanto faceva il capo precedente. Le innovazioni di un nuovo capo, data appunto la sua diversità dal precedente, possono anche annullare quello che era stato predisposto. Il nuovo capo potrebbe, ad esempio, persino cancellare dei privilegi che prima erano considerati acquisiti ed intoccabili (basti pensare ai leoni maschi che quando si insediano in un nuovo branco uccidono tutti i cuccioli figli del maschio dominante spodestato, oppure all’operato dei ministri Brunetta e Gelmini, durante il quarto governo Berlusconi), può insomma sconvolgere gli equilibri che il capo precedente aveva stabilito.

 

Come possono, dunque, i capi in carica tutelarsi da questo genere di insidia? Per gli onesti animali non c'è modo, ma per gli umani furbacchiotti un modo c’è ed è quello di poter controllare il percorso formativo (cioè la vita) di tutti coloro che possano potenzialmente aspirare, in futuro, a spodestarli.

 

Questa attività di sorveglianza, assolutamente esclusiva del genere umano, viene regolarmente messa in atto da qualsiasi potentato, qualunque e ovunque esso sia: si cerca di controllare lo sviluppo della gente, gestendone la formazione sin dall'infanzia. Solitamente, la scuola e la televisione sono i mezzi cardine da dover usare per riuscire nell'intento. Ecco perché nel lamaismo i "capi" vengono scelti quando sono ancora bambini. Vengono sradicati dalla famiglia e portati in monastero. Qui, sono sottoposti ad un veemente condizionamento culturale in modo che da grandi non possano che "agire in quel modo".

 

Il bambino, per tutto il suo periodo di formazione, non entrerà mai in vero contatto con entità esterne al monastero. Non avrà compagni di giochi che non siano dello stesso entourage e, probabilmente, non giocherà neppure. Non parliamo poi di televisione od altro genere di svaghi. Con la scusa della "santità" il bambino sarà tenuto isolato dal mondo mediante un sistema coercitivo che in qualsiasi altra nazione del mondo civile sarebbe punito dalla legge come crimine.

 

Il bimbo sarà completamente assorbito dallo studio della religione e delle sue pratiche. Non potrà formarsi una personalità pluralista, perché non conoscerà mai la pluralità. Non potrà che diventare un religioso bigotto.

 

Ecco perché il Dalai Lama ed il Panchen Lama, insieme ad altre figure di preminenza nel lamaismo, vengono scelti da piccoli. Inoltre, il metodo con cui i Lama vanno alla ricerca dei bambini “reincarnati” ha dei tratti che, secondo quanto ci racconta anche il regista israeliano Nati Baratz, ricordano fin troppo da vicino la circonvenzione d’incapace e persino le tecniche di adescamento tipiche dei pedofili.

 

Qualunque genitore degno di tale nome, lotterebbe come una belva, sino a sacrificare la propria vita, se qualcuno attentasse all’incolumità del proprio piccolo. Ma di fronte al fatto che il figlio sia una "reincarna-zione di Buddha", il genitore, ovviamente anch'egli credente, soggiace suo malgrado al "volere divino". La scusa della reincarnazione, quindi, è la chiave del meccanismo che rende attuabile questa immonda strategia.

 

Se si riesce a comprendere bene questo aspetto, ci apparirà chiaro come il sole il fatto che il lamaismo altro non miri che alla restaurazione del potere e dei privilegi che ad esso erano associati. Il Dalai Lama, capo amministrativo del lamaismo, non può correre il rischio di essere spodestato da un individuo che, nei fatti, sia diverso da quel che si richiede che un Dalai sia. Infatti, non può essere messa a repentaglio la salvaguardia dei privilegi storici dei quali lui e tutta la classe dominante del lamaismo hanno sempre beneficiato, cosa che potrebbe facilmente accadere se il nuovo Dalai fosse, ad esempio, un indipendente, che so, un  laureato di Harward o comunque un tibetano adulto, ormai vissuto e formatosi in contesto moderno e pluralista.

 

Non deve esistere una persona diversa da quella istituzionalizzata dello stereotipo storico di Dalai e l'unico modo efficace è quello di controllare la situazione col dogma della reincarnazione, laddove i dogmatizzanti unici possibili siano gli stessi Lama che, ovviamente, avendo il diritto esclusivo di individuare (leggi: decidere) quale sia il bambino reincarnazione del Buddha di turno, o dei suoi “continuum mentali” che dir si voglia, di fatto sceglieranno sempre e solo chi piace a loro.

 

Le leggi cinesi, invece, grazie all'obbligo scolastico fino ai 16 anni ed al codice penale che ne punisce severamente eventuali trasgressioni, impediscono l'esercizio di questa pratica medievale sui minori e ciò rappresenta una delle ragioni fondamentali per le quali il Dalai se ne è andato in esilio volontario. E’ solo dall'esilio, infatti, che il Dalai può continuare a far rapire bambini con la scusa del "volere divino" a proprio piacimento, cosa che gli costerebbe la sacrosanta galera se lo facesse da cittadino cinese.

 

 

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