Questo lavoro è originale e di proprietà esclusiva dell’autore. Il suo soggetto è puramente satirico ed immaginario. Ogni eventuale riferimento a circostanze, fatti, tempi, luoghi, animali, vegetali, minerali, fungi o miceti, cose, persone o entità di qualsiasi natura e genere della realtà fisica e/o metafisica è del tutto casuale. La riproduzione e/o diffusione, anche in forma parziale, sono vietate salvo esplicito consenso e, in ogni caso, sono soggette all’obbligo di citazione della fonte.

RACCONTO

INCOMPLETO

(in fase di ultimazione)

 

Biancanevo e le Sette Nane

Favolaccia per bambini cattivi.

di Nedo Paglianti

 

 

 

Il Dottor Luigi Bianca era un medico molto stimato nel paese dove viveva ed era ben noto per aver dedicato la propria vita, in modo del tutto disinteressato, al bene del prossimo. Difatti, ai suoi pazienti diceva sempre “Bene, avanti il prossimo!”.

 

Certo, quando chiedeva settecentocinquantamilalire per visita a paziente, lo faceva solo in virtù del comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso, ma non questo, il prossimo!” di cui era estremamente osservante (vedi sopra).

 

Luigi Bianca e sua moglie ebbero un figlio che chiamarono Nevo, in ricordo del trisnonno autistico di lei. Solo dopo qualche anno, quando il bambino andava ormai a scuola, si accorsero della tragica stronzata che avevano fatto affibbiandogli quel cazzo di nome. Inevitabile lo sberleffo con il quale i compagni lo dileggiavano: Nevo Bianca – Bianca Nevo – Biancanevo!

 

Passarono gli anni e per questa ragione, il bambino crebbe insicuro e pieno di complessi tra cui i Nomadi.

 

Nevo era ormai un giovanottone alto, robusto e scemo.

 

Nevo di lavoro faceva il fancazzista. Era talmente bravo nel suo mestiere che una volta, riuscì a fancazzare quattro cose contemporaneamente: non andò al cesso, non si cagò addosso, non si lavò e non si cambiò le mutande. Un giorno, mentre fancazzava alacremente come suo solito, si accorse che stava fancazzando troppo e fu l’apoteosi: riuscì persino ad evitare di non fare un cazzo. Ahimé, questa contraddizione in termini (non fare un cazzo per evitare di fare un cazzo) lo fece imbattere in sei opportunità di lavoro consecutive che comunque dribblò con una serie di finte di corpo degne del miglior Ronaldo. Olè!

 

Un giorno squillò il telefono. Nevo, nonostante ciò, rispose ugualmente. Riattaccò poco dopo senza dirmi chi era, così non lo posso scrivere.

 

Per essere sicuro di tenere fede ai sacri princìpi del fancazzismo, Nevo aveva eliminato ogni traccia del verbo “fare” (compresi i sinonimi come: agire, operare, realizzare) dal suo vocabolario e dalla sua vita.

 

Al mattino, Nevo non faceva la doccia, non si lavava i denti, non faceva colazione e via di corsa all’edicola a rubare il giornale. Tornava a casa e se lo faceva leggere dal suo vicino di pianerottolo, un turco afono che non parlava italiano. Non capiva nulla e tornava a dormire. Così per anni. Finché un giorno il suo amico turco ritrovò la voce, imparò l’italiano e lo mandò finalmente affanculo.

 

Lui fu costretto a leggere da solo, ma non sapeva leggere e allora guardava le figure. Siccome figure non ce n’erano, allora non guardava niente. Stanco di non guardare niente perché figure non ce n’erano, pensò di farle e gli venivano molto bene, specialmente quelle di merda.

 

Mentre guardava con un occhio solo - per mantenere almeno il 50% di fancazzismo - le figure appena fatte, gli cadde lo sguardo (e ovviamente non lo raccolse) su un annuncio:

 

FANASEGA S.r.l.

Siete stanchi di fare un cazzo tutto il giorno?

Chiamateci, lo faremo noi per voi!

 

Naturalmente Nevo non capì perché non sapeva leggere, ma chissà perché l’annuncio lo incuriosì e decise di trovare qualcuno che glie lo leggesse.

 

Già, l’aver preso questa decisione, lo stressò moltissimo. Prima ancora di aver finito di pensarla, svenne spossato sul divano e dormì per due giorni.

 

Il terzo giorno si svegliò e disse: “Ho fatto un pisolino” e qui avvenne l’imponderabile! All’aver solo pronunciato il verbo “fare” si ricoprì di puntolini rossi in faccia. Pensò: <<Se li unisco con tratto di penna… che cosa apparirà?>>, ma poi lasciò perdere. E difatti perse molto, almeno dodici a zero.

 

Mai riavutosi dalla pesante sconfitta, voleva andare a cercare qualcuno che gli leggesse l’annuncio, ma “andare” implica azione e quindi se ne stette in casa ad aspettare. <<Qualcuno verrà pur a trovarmi, prima o poi…>> pensò, ma per giorni e giorni non venne nessuno, finché all’improvviso non suonò il campanello. Non suonò il campanello… sì, avete letto bene: NON suonò il campanello, ovvero, il campanello NON suonò, non suonò mai. E come avrebbe potuto suonare?! In casa di Biancanevo nessuno faceva mai niente, nulla faceva mai nulla,  neanche i campanelli, figuriamoci lui.

 

Dopo ventitré giorni che non veniva nessuno, alla fine si udì bussare alla porta. Biancanevo, che la lasciava sempre aperta per evitare di doverla riaprire dopo averla chiusa, disse: <<Avanti!>>. Fece ingresso un gruppetto di donne, ma Biancanevo, sebbene guardasse verso la porta d’ingresso non vide entrare nessuno.

 

<<Come mai non vedo nessuno?>> si chiese, ma non si rispose. Allora se lo richiese: <<Come mai non vedo nessuno?>>, ma anche stavolta non si dette risposta. Quindi se lo chiese ancora, stavolta con tono più deciso <<Come mai non vedo nessunooo?!>>, ma fu come dire al muro: tacque imperterrito anche stavolta. Dopo otto volte che se lo chiedeva, senza darsi la benché minima risposta, si disse: <<Come mai non mi rispondo, eh?! Che ce l’ho con me?! Che cosa mi ho fatto, eeeh?! Mi voglio rispondere, una buona volta perdinci?!”, ma non una parola uscì dalla sua bocca e addirittura si voltò le spalle in segno di offesa.

 

(continua…)