Questo lavoro è originale e di proprietà esclusiva dell’autore. Il suo soggetto è puramente satirico ed immaginario. Ogni eventuale riferimento a circostanze, fatti, tempi, luoghi, animali, vegetali, minerali, fungi o miceti, cose, persone o entità di qualsiasi natura e genere della realtà fisica e/o metafisica è del tutto casuale. La riproduzione e/o diffusione, anche in forma parziale, sono vietate salvo esplicito consenso e, in ogni caso, sono soggette all’obbligo di citazione della fonte.

LAVORO

INCOMPLETO

(in fase di ultimazione)

 

GIANMARCELLO E GIANSILVIO

di Nedo Paglianti

 

 

È un racconto di pura fantasia. Ogni riferimento a persone esistite od esistenti, a fatti accaduti o accadenti, è puramente casuale. Se credete di riconoscere qualcuno o qualcosa, sono solo fatti vostri:  non l’ho di certo detto io!

 

Gianmarcello aveva un fratello maggiore, ma non l’aveva mai detto a nessuno, nemmeno ai suoi genitori. Questo fratello si chiamava Giansilvio. Portava un cognome diverso da Gianmarcello perché era nato da una relazione illegittima. Infatti, era un figlio di puttana.

 

Oltre che fratelli, erano amici per la pelle, ma si odiavano moltissimo per tutti i rimanenti tessuti del corpo.

 

Un giorno, Gianmarcello portò Giansilvio sulla sommità di una collina dalla quale si poteva vedere tutta la costituzione. Poggiò una mano sulla spalla di Giansilvio e gli disse: «Giansilvio, tutto quello che vedi, un giorno sarà tuo!». Giansilvio sorrise, ma così facendo increspò la fronte e gli cadde una scaglia di fard. Mentre si rifaceva il fard, chiese a Gianmarcello: «Come farò?». Gianmarcello lo guardò e gli disse: «Uomo di poca fede!». Giansilvio ribatté che invece Fede era al suo servizio da anni. Gianmarcello lo schiaffeggiò e gli fece saltare molte altre scaglie del fard appena rifatto.

 

Scesero dalla collina che era oramai notte, così fonda che non si vedeva un cazzo. Per questo, Giansilvio pisciò dal culo. Poi, giunse l’alba. Giansilvio, appena la vide, gli chiese: «Quanto?» e l’Alba rispose: «Un assessorato di bocca e una candidatura europea scopare».

 

Giansilvio non si dava pace. Gianmarcello non si dava per vinto. Tutti e due non si davano nulla, finché non si presentò di fronte a loro una scelta: «Buongiorno, sono stata scelta!» disse la Scelta. Giansilvio, appena la vide, gli chiese: «Quanto?» e la Scelta rispose: «Un assessorato di bocca e una candidatura europea scopare.».

 

Giansilvio si rallegrò, perché comprese che le donne di oggi sono mosse da un profondo senso di coinvolgimento e partecipazione attiva agli ideali politici.

 

Giansilvio si ammalò ed aveva la febbre talmente alta che dovette salire sul predellino per arrivarci. Salito sul predellino, iniziò subito a delirare. La febbre saliva, ma la saliva sfebbrava. Di fronte a tale incongruenza, Gianmarcello promosse una legge per la quale tutti quelli il cui nome cominciava per “G” e finiva per “iansilvio” non potevano avere la febbre. Così Giansilvio guarì, ma tutti capirono che si trattava di solo un lodo. Qualcuno dalla folla gridò: «Prima o poi, tutti i lodi vengono al pettine!». Gianmarcello guardò la pelata di Giansilvio e rispose: «Allora non c’è problema».

 

A quel punto, però, Giansilvio e Gianmarcello ebbero un dubbio esistenziale: che fare? Scappare all’estero? Fondare un partito? Fondare un duo di piano bar? Giansilvio guardò Gianmarcello e gli chiese: «E se invece di scappare all’estero noi fondassimo un partito di piano bar?». «E se invece io fossi al bar e partissi, piano, per scappare all’estero?» replicò Gianmarcello. «E se invece di esterare al bar del parto tu scappassi in fondo al piano?» ribatté Giansilvio. «E se invece io barassi all’estero e fondessi un piano col partito di scappamento?» rispose Gianmarcello.


«E se invece di un bar ne facessi duo di cui uno all’estero?» Siccome Gianmarcello voleva sempre l’ultima parola, Giansilvio, per non dargliela, strappò dal vocabolario la pagina con “zuzzurellone” e la mangiò.

 

Il giorno dopo, li arrestò la finanza. «Ma come?!» sussultò Gianmarcello. «Ma come?!» ondulò Giansilvio. «Casomai la finanza dobbiamo arrestarla noi!», terremotarono all’unisono. E fu davvero una grande idea, talmente grande che, però, nella borsa non c’entrava. Quindi la borsa crollò e la finanza si arrestò da sola.

 

Dalla galera nella quale si trovava, la finanza chiese l’appello. All’appello, risultò assente il maresciallo Villoresi, che, per giustificazione, venne accompagnato dai genitori: mamma alla chitarra e babbo alla batteria. Giansilvio e Gianmarcello cantarono, ma dallo schifo che ne uscì chiamarono Gianapicella per scusarsi.

 

La telefonata fu intercettata e Giansilvio gridò subito al complotto, così, senza sapere di che cosa si stesse parlando, per precauzione. Sentendolo gridare, arrivò la Protezione Civile, ma caddero più volte in contraddizione, procurandosi per la caduta così tanti lividi ed escoriazioni che ci volle un’intera autobotte di Bertolasonil (la famosa pomata che fa miracoli) per guarire.

 

Giansilvio e Gianmarcello si guardarono in silenzio per alcuni secondi. Poi, si guardarono in rumore per diversi attimi. Indi, si guardarono in fracasso per pochi minuti, ma non successe nulla. Capirono, dunque, di avere sbagliato programma politico e si dettero degli stupidi: Giansilvio dette Flavia Vento a Gianmarcello e Gianmarcello dette Daniele Capezzone a Giansilvio. Vinse Gianmarcello con punteggio tennistico.

 

Giansilvio e Gianmarcello andarono sulla spiaggia, ma, datosi che non ne vedevano altre, ebbero la sensazione che fosse l’ultima. Non avevano ancora fondato il partito. Giansilvio, così, per tenersi in allenamento, affondò un pattino, ma accorse il bagnino che lo picchiò col remo (Remo era il cognato del bagnino, quindi lo picchiarono in due). Giansilvio, che aveva un dono naturale per l’amore e l’amicizia, quando si riebbe, chiamò il bagnino per fare pace, il quale tornò indietro e si sentì in dovere di finirlo a colpi di sdraio.

 

Sopraggiunse un venditore di cocco, che si lamentò molto col bagnino per via di tutta quella poltiglia sanguinolenta sparsa ovunque sulla spiaggia. Gianmarcello accorse e spiegò al venditore di cocco che quella poltiglia sanguinolenta sparsa ovunque sulla spiaggia era Giansilvio. Il venditore, schifato, gridò: «Coccodìo!!» e se ne andò.

 

Gianmarcello raccolse Giansilvio Poltiglia Sanguinolenta in una busta della Coop. Giansilvio Poltiglia Sanguinolenta si arrabbiò molto e si sentì una vocina uscire dalla busta: «Cazzo, ma proprio in una busta dei comunisti dovevi mettermi?» In quella, sopraggiunse nuovamente il bagnino che, udita la frase, picchiò fortissimo Gianmarcello con un porta ombrellone di ghisa.

 

Gianmarcello, dopo la batosta, aveva gli occhi iniettati di sangue, ma Giansilvio Poltiglia Sanguinolenta li aveva già. Accortisi della situazione di parità chiesero i supplementari.

 

Al termine dei supplementari, erano ancora in parità. Chiesero quindi i calci di rigore e furono infatti presi a calci con estremo rigore, sempre dal solito, zelante, bagnino.

 

Gianmarcello disse a Giansilvio che era il giorno dell’annunciazione. Giansilvio credette che fosse un provino per annunciatrici. Quindi andò agli studi, ma non c’era nessuno. Allora andò in chiesa e vi trovò una processione della madonna.

 

Giansilvio si nascose dietro una colonna e quando passò la processione, balzò fuori ed apparve all’improvviso, lui, alla madonna. «Eh la madonna!» disse la madonna e con un impercettibile movimento del dito mignolo lo incenerì. Meno male che Gianmarcello aveva un posacenere in tasca, nel quale vi passò le ceneri.

 

Passate le ceneri, venne la Pasqua. Gianmarcello cercava Giansilvio, ma non lo trovava. Di fronte a lui, solo un ovetto di cioccolata a forma di testa di minchia. Gianmarcello ebbe come un presentimento. Afferrò l’ovetto, se lo accostò all’orecchio e iniziò a scuoterlo.

 

Da dentro l’ovetto, si udì una serie di irripetibili imprecazioni contro i comunisti e Gianmarcello gridò all’ovetto: «Giansilvio, ci sei?!». Partì allora una serie di innominabili esecrazioni contro la magistratura e Gianmarcello, contento, esclamò: «Meno male che Giansilvio c’è!».

 

Gianmarcello ruppe l’ovetto a forma di testa di minchia e liberò Giansilvio. L’ovetto era rotto, ma la testa di minchia era rimasta intatta. Era Giansilvio, che, libero dall’uovo, ma non dalla testa di minchia, disse a Gianmarcello: «Mi hai liberato e quindi devo esaudirti tre desideri». Gianmarcello chiese, nell’ordine: ricchezza, donne e impunità, ma Giansilvio disse che non poteva esaudirglieli perché il presidente del consiglio lo voleva fare lui.

 

Per i desideri non esauditi, Gianmarcello era molto agitato e difatti era sull’orlo di un esaudimento nervoso, quando passò di lì una diligenza che, diligentemente, lo investì in pieno. «Ma cosa nei vuoi capire tu di investimenti!» gridò Giansilvio al cocchiere della diligenza «Dai qua, che ti faccio vedere io!» e, afferrate le briglie, si mise ad investire tutti quelli che attraversavano la strada.

 

Gianmarcello, riavutosi dall’impatto, lo guardò stupefatto e, mentre passava un gatto che inseguiva un ratto, gli gridò, d’un tratto: «Giansilvio, ma sei scemo?! Ci sei o ci fai?!» «Ci sono!» rispose Giansilvio. «Meno male che Giansilvio c’è» disse Gianmarcello.

 

Il giorno dopo, Giansilvio era esterrefatto, nel senso che era andato a drogarsi a Lugano. Gianmarcello avrebbe voluto trasalire, ma siccome non sapeva cosa vuol dire, fece finta di nulla (come Salvio Bruscoloni – nda). Giansilvio, disse «Che cosa credi, che non me ne sia accorto?! Non sono mica scemo io!» «Ah no?» rispose Gianmarcello.

 

Giansilvio passò col rosso e il vigile gli fece la multa. Allora Gianmarcello fece una legge per la quale tutti i vigili che facevano la multa a qualcuno il cui nome iniziava per “G” e finiva per “iansilvio” dovevano pagarla loro. I vigili, da quel giorno in poi, non fecero più le multe a Giansilvio e Giansilvio non solo passava col rosso ogni volta, ma si voltava anche a fare le pernacchie al vigile, causando spesso incidenti. Allora Gianmarcello fece un’altra legge per la quale tutti quelli che facevano un incidente con qualcuno il cui nome iniziava per “G” e finiva per “iansilvio” e che passava col rosso facendo pernacchie ai vigili, avevano sempre torto marcio a prescindere, ma la legge aveva una falla. Un giorno, Giansilvio passò col rosso, ma non c’erano vigili. Guardandosi intorno alla disperata ricerca di un vigile da spernacchiare a norma di legge, andò a sbattere contro un tram che aveva sulla fiancata la pubblicità della Birra Taormina.


Gianmarcello, allora, chiamò alcuni dei suoi uomini chiedendo loro di raggiungerlo con propri mezzi. Quando gli  uomini arrivarono con i propri mezzi, Gianmarcello ebbe un serrato colloquio con il tramviere facendogli presente che aveva uomini e mezzi, ma il tramviere non capiva, finché Gianmarcello non ebbe un lampo di genio, che colse in pieno l’autista dell’autobus, folgorandolo. Giansilvio adesso era salvo, ma Gianmarcello non era carmelo.

 

Un giorno, Giansilvio e Gianmarcello non sapevano dove andare. Tanta era la noia che chiedevano a tutti i passanti: «Scusi, secondo lei, dove possiamo andare?». Quasi tutti risposero: «Perché non andate affanculo?». Quasi tutti, perché un bambino di sette anni rispose: «Andate affanculo».

 

Giansilvio e Gianmarcello stavano vagando senza meta, quando incontrarono un venditore di mete al taglio che gliele fece pagare seicentoquarantasemilaeuro al chilo. «Ladro!» gli gridò Gianmarcello. Giansilvio cominciò a strillare: «C’è un ufficiale di polizia? Prego un ufficiale di polizia di prendere le generalità di questo signore che lo voglio denunciare!» «Imbecille, non dicevo a te, dicevo a lui!» gridò stizzito Gianmarcello, ma ormai Giansilvio si era pisciato addosso ed era anche senza pannolone.

 

Venne la sera. «Buonasera, sono la Sera e sono appena venuta» disse la Sera. Giansilvio, le disse: «Se sei è già venuta e non sono stato io, la cosa non mi riguarda».

 

«Sarà meglio comprarsi una roulotte, per la notte» disse Gianmarcello. «Ma no – rispose Giansilvio – secondo me basta una tenda, per il cummenda». «Che ne dici di una capanna, per farci la nanna?» supplicò Gianmarcello. «Piuttosto una villa, anche d’argilla» e andarono avanti così per due settimane, finché non comprarono un attico e difatti non lo comprarono.

 

Un giorno andarono al mercato. Sulla piazza c’era un venditore di uccelli e Gianmarcello disse a Giansilvio: «Guarda là che bel falcone, adesso ce lo compriamo! Quanti soldi abbiamo?»  e Giansilvio rispose: «Aspetta, fammi vedere nel borsellino». Giansilvio provò a rovistare nell borsellino, ma questi non si faceva rovistare. «Forse lo sto rovistando con la mano sbagliata…» pensò Giansilvio e così vide un suo amico che passava lì per caso. Lo fermò e gli disse: «Amico mio, ti andrebbe di rovistare per mio conto questo borsellino per vedere che cosa c’è dentro?» - «E perché mai dovrei rovistarlo io?» chiese sospettoso l’amico che passava per caso. «Perché se lo rovisto con la destra – disse Giansilvio – non ci riesco. Prova tu, che sei mancino!» …

 

(continua)

 

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