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Giacinto da Peccioli in una rara fotografia, talmente rara che non si sa nemmeno

se sia davvero la sua.

 

Giacinto da Peccioli (vedi Peccioli)

di Nedo Paglianti

 

Filosofo popolare pisano, esistito non si sa quando e ormai assunto nell’immaginario. Di lui, purtroppo, non si conoscono scritti, ma solo trasmissioni di memorie per via orale. Certamente vissuto a cavallo (perché al tempo le automobili non c’erano) tra il sedicesimo ed il ventesimo secolo. Le cronache storiche, difatti, ancora non ci confortano nel determinare con esattezza il periodo.

 

Fondatore della corrente filosofica “Abhinc Cinctum Est, Ipse Dixit Igitur Omnia Insequebant Quod Certus Est” e certamente ispiratore dei pensatori statunitensi Charles Sanders Peirce e William James, Giacinto da Peccioli può essere considerato l’antesignano esponente della dottrina che poi sarebbe stata definita “Pragmatismo”.

 

Il fondamento degli insegnamenti di Giacinto da Peccioli, infatti, costituisce l’essenza delle teorie successivamente elaborate dai più famosi e fortunati Sanders e James. Diceva egli infatti (quando ancora i due americani non erano neppure gameti dei loro avi): << Il valore di verità di una proposizione si identifica con le sue conseguenze pratiche, poiché il fine del pensiero è guidare l'azione.>>

 

Giacinto da Peccioli istruiva i propri discepoli affinché usassero il pensiero quale elemento propedeutico all’azione. In epoca moderna ed in guisa assolutamente discendente dai suoi insegnamenti, sarebbe poi stata coniata la seguente locuzione popolare: <<Prima di parlare, assicurarsi di avere acceso il cervello>>.

 

Il pensiero di Giacinto da Peccioli è ben illustrato dai suoi motti ed aforismi, tra i quali citiamo quelli più rappresentativi:

 

In ogni testa ci dovrebbe esse’ un cervello.

(trad.: in ogni testa dovrebbe esserci un cervello). Non bisogna fidarsi delle intraprendenze altrui senza averne adeguatamente ponderato le possibili conseguenze. Secondo la filosofia giacintiana non è ammesso sbigottirsi di fronte ad un’azione inaspettata, errata, inadeguata o illogica: benché consapevoli del fatto biologico secondo il quale in ogni scatola cranica alberga materia grigia pensante, bisogna essere altresì accorti nel ricordarsi che non tutti i proprietari di scatole craniche riescono ad usarne il contenuto con la dovuta perizia.

 

Chi casca scende.

In senso stretto, chi cade (casca) viene disarcionato (scende). Questa massima, nel tempo, si è prestata ad una duplice esegesi. La prima, quella classica, interpreta il significato nel senso più letterale: gli sconfitti (chi casca) ha finito il suo tempo (scende) e deve riconoscere la propria sconfitta, dimettendosi. La seconda, è la seguente: se colui che è boriosamente in alto (posizione di prestigio, ma con alterigia), cade (perde prestigio), per autocompiacimento non ammetterà mai la propria caduta, sostenendo invece di essere… sceso di proposito.

 

Lo disse quello che buttò in terra quell’altro.

Questo motto costituisce la radice della più nota e moderna espressione “scarica barile”. Le teorie di Giacinto da Peccioli, per quanto abbiamo già detto, riconoscono nel pensiero fondato sul buon senso il presupposto imprescindibile per guidare correttamente ogni azione tesa al raggiungimento dell’effetto prefisso. Quindi, si bolla come inaccettabile l’addebitare ad altri colpe che, invece, sono palesemente proprie. Esponenti labronici della scuola pragmatica di Coteto (Livorno), avrebbero poi mutuato il concetto di questo principio per coniare la definizione “rivogo”.

 

Grattugia e grattugia non fa formaggio.

Direttamente discendente da un principio assolutamente fisico, questa massima avrebbe successivamente secoloimonte doendente da un principio assolutamente fisico, questa massima avrebbe ispirato ispirato gli studi di William Gilbert (1544-1603) medico di corte della regina Elisabetta, il quale, dopo una cena a base di pere e parmigiano in un’osteria, appunto, di Peccioli, pose particolare riguardo all’osservazione del fenomeno magnetico dei due poli uguali che si respingono. L’apparente ovvietà del concetto, richiama però all’attenta considerazione del fatto che il rapporto derivante dall’unione di due soggetti uguali e contrapposti (cioè non complementari) non può essere in alcun modo fruttuoso. In questo insegnamento giacintiano, ritroviamo altresì, quale giusto corollario, l’essenza del pensiero taoista cinese (Lao Zi) dell’YIN e dello YANG, enti opposti e complementari, la cui armonia regola ogni legge naturale di questo mondo e dell’universo che lo contiene. Scendendo nel pratico, ovvero nel triviale, questo concetto illustra in modo figurato e quanto mai efficace la ragione per la quale, ad esempio, l’unione di due esseri dello stesso sesso non può che essere sterile, anche se alcuni la considerano molto divertente.

 

La ‘avalla ‘un piscia.

(trad.: la cavalla non piscia). Nonostante questa locuzione abbia apparente valore di presa d’atto più che di insegnamento, il fine educativo di questo motto non viene meno rispetto ai precedenti. L’enunciato di questa mirabile sintesi concettuale trae evidente ispirazione dall’esperienza contadina. La cavalla gravida, infatti, preannuncia il parto imminente con l’espulsione delle acque amniotiche, il che, esteticamente, somiglia ad un copioso urinare. Il parto della cavalla è un evento positivo ed importantissimo per l’allevatore, soprattutto dal punto di vista economico. Dire, quindi, che “la cavalla non piscia”, equivale a dire che non dobbiamo ancora la certezza che l’evento positivo si verifichi  ed è inutile, ancorché dannoso, far festa anzitempo. Dobbiamo usare la nostra sensibilità di esseri umani per percepire ed interpretare i segnali della vita e non per incaponirsi verso aspettative infondate o che hanno ben poco di razionale. In buona sostanza, se “la cavalla non piscia”, ovvero se non si vedono certi segnali anticipatori, significa che dobbiamo ancora aspettare e che, per quanto siano legittime le nostre aspettative, bisogna quantomeno attendere “che la cavalla pisci” per poter dire che quel risultato arriverà di sicuro. E’ proprio in quest’ultima considerazione che troviamo la valenza filo-pedagogica di questa massima giacintiana. L’espressione, denuncia – sotto metafora – che la radice di molti problemi umani sta nella responsabilità di chi compie azioni scriteriate perché non ponderate a priori, ovvero di chi si sbilancia con saccenteria verso un obiettivo senza possedere la dovuta cognizione di causa. Viene quindi insegnato che bisogna credere ai fatti, evitando di confidare in situazioni illusorie che non farebbero altro che incancrenire i problemi, allontanandoci forse definitivamente dalla possibilità di risolverli. Ovvero: Se la cavalla non piscia, non c’è interpretazione che tenga. Bisogna tenere in sospeso qualsiasi festeggiamento e, innanzitutto, cominciare a chiedersi se sia davvero gravida.

 

Ci dev’esse’ la zannella.

(trad.: probabilmente, c’è una zanella). Come abbiamo già visto, nel metodo giacintiano viene fatto grande uso di metafore antifrasiche per comunicare concetti complessi, agevolando così il loro apprendimento, soprattutto, a livello subliminale. Per dirla in parole contemporanee, Giacinto da Peccioli usava metafore antifrasiche per comprimere concetti che venivano poi “scompattati” dal subconscio del discepolo al quale erano destinati. Venendo al merito, “zannella” è la versione vernacolare pisana di “zanella”, ovvero: depressione repentina del pavimento, scanalatura del terreno per dare sfogo al fluire delle acque piovane. A similitudine di chi, camminando, inciampa nella “zanella” e cade (oppure semplicemente vacilla) solo perché non ha avuto il buon senso di guardare dove stesse mettendo i piedi, parimenti ogni azione non supportata da un adeguato preliminare arguente è fonte di pericolo ed instabilità. Atteso che la filosofia giacintiana dà come assunto il rispetto totale all’essere umano, in ogni sua forma, e che il rispetto è il veicolo attraverso il quale si ottiene l’attenzione dell’interlocutore, la massima rappresenta un escamotage filologico per evitare di dare esplicitamente dell’imbecille al prossimo, simulando di attribuire la causa della sua “caduta” ad un evento estemporaneo, stendendo così un pietoso velo sulla, invece, palese inettitudine di chi è caduto. Nondimeno, quando si attribuisce alla zannella la responsabilità di un capitombolo che ha avuto conseguenze rovinose, il contrasto antifrasico tra le dimensioni della (piccola) zannella e le (grandi) dimensioni del danno generato, pone in estrema evidenza la dappocaggine di chi è caduto. La valenza educativa di questa locuzione, va quindi intesa come invito a non mistificare mai le proprie intenzioni e, nel rispetto dell’uso incondizionato della ragione basata sul buon senso, ad ammettere i propri errori per individuarli e porvi rimedio.

 

Mettetevi d’accordo e poi si fa piove’.

(trad.: mettetevi d’accordo e poi faremo sì che piova). La tradizione orale ci racconta che Giacinto da Peccioli si trovasse talvolta spettatore di diverbi tra i propri discepoli. Allorché ciò accadeva, egli soleva profferire questa esortazione. Non si tratta di un interiezione fine a se stessa, bensì di un chiaro precetto, la cui valenza di significato è la seguente: solo se riuscirete a trovare un accordo sarà possibile il raggiungimento di qualsiasi risultato, persino far piovere. La pioggia, infatti, è un evento naturale che l’uomo non può controllare a proprio piacimento. La filosofia giacintiana, che vede l’uomo sia come individuo, sia come parte attiva del contesto sociale, insegna infatti che mediante l’accordo tra individui – unitamente all’uso della ragione – è possibile raggiungere il buon fine di qualsiasi azione.

 

A duralla.

(trad: che possa durare). Nonostante il pragmatismo essenziale, la dottrina giacintiana non ignora le fortune scaturite dalle casualità alle quali l’uomo è comunque esposto, ma le apprezza solo nella misura in cui le stesse possono essere effettivamente controllate ed amministrate. Quando accade una cosa senza che questa sia stata programmata o voluta, se ne ignorano natura ed origine e quindi non si possiedono gli elementi necessari a controllarne il divenire. E’ estremamente difficile riuscire a controllare una cosa sconosciuta, perché non sappiamo di che cosa essa sia fatta, né da dove viene e quindi non sappiamo come si evolverà. E’ sì lecito godere dei benefici che l’inaspettata fortuna ci concede, ma senza dimenticare che le origini di tale fortuna sono sicuramente immeritate. L’etica giacintiana impone di assumere il controllo della situazione per far sì che la condizione favorevole possa durare, in modo da convertire la relazione tra uomo ed evento da passiva ad attiva. L’uomo, secondo Giacinto, deve saper restare al passo con il mondo in quanto non è possibile concepire il contrario. E’ l’uomo che deve andare attivamente verso la società e verso il mondo: l’inverso, è puramente irrealizzabile. Trovano chiara origine in questo motto altre frasi celebri come: “Qui si parrà la tua nobilitate”, “Quando c’è vento volano anche i polli”, ma anche quelle come: “nulla è più pericoloso di un imbecille che ha ragione per caso”, “l'imbecille non ha niente da dire e lo ribadisce continuamente” e “l'imbecille trasforma l'utile in inutile attraverso il dannoso”, dalla cui osservazione scaturisce il corollario: “l’imbecille è la palestra del saggio”.

 

Te lo sai.

E’ la massima per eccellenza che, in sé, raccoglie tutta l’essenza del pensiero filosofico di Giacinto da Peccioli e che può chiudere degnamente questa scaletta. L’ammonimento richiama direttamente la coscienza della persona alla quale è rivolto, lasciandole sì piena libertà di scelta e di azione, ma sollecitandola ad usare il cervello (quindi a pensare) prima di decidere. Cioè: Sicuramente tu sai se sia giusto farlo, perché il tuo discernimento è sufficientemente maturo per poter giudicare la bontà della tua azione.

 

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