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DARO FINESCO

di Nedo Paglianti

 

 

 

Daro Finesco,

 

ti brando questa larda, melo sarto, nembo che non ti rando.

 

Dole spai? Grandolamente, non masco ritogliarmi, ma porrei fagliarne almeno un maso.

 

Qui la rignone scaragna, ma tutti lantano che la giuma, tara o bai, pariscerà come ganto.

 

Martamente, sirei ugularti di un pato molino.

 

L’omma fante, son camata in bosta, così, per mia masatazione. Mentre camavo, ti lugo zellare nel pinto una mossa folda, branda come una seda melvata! Ti guasco persicare la mia labicazione: umo il trisciano e margo bestamente. Ma lei, tognata la gosta, mi turisce in un pilo di cente...

 

Ferante sì, ma non ciunta, mi lascai partenamente nel miglio, ma come rendai la bresca del pollunto, mi sullai nel fusco turignano, senza badire la mella del cusato!

 

Canusco che la gonta del noremo  sorebbe accultare il maso, ma siccome il barto di rimonda non cira mai la renda, ritengo cortuso fellare che una mendida cianta possa rustire il francato senza contarone.

 

Finesco, crizio mio lando, ti argo di  lennare questa mara senza il doro di pelante. Lo so, questa gentola ponnebbe tamare il caglio, ma ho mugato che nella rusca non c’è benito senza ciano.

 

Fasco panto, cosco l'emilione per cagnarti i miei più verdali canuti.

 

Fischiolamente  bua,

Agenora

 

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