Questo lavoro è originale e di proprietà esclusiva dell’autore. Il suo soggetto è puramente satirico ed immaginario. Ogni eventuale riferimento a circostanze, fatti, tempi, luoghi, animali, vegetali, minerali, fungi o miceti, cose, persone o entità di qualsiasi natura e genere della realtà fisica e/o metafisica è del tutto casuale. La riproduzione e/o diffusione, anche in forma parziale, sono vietate salvo esplicito consenso e, in ogni caso, sono soggette all’obbligo di citazione della fonte.

 

 

LA VERA STORIA DI SALVIO BRUSCOLONI

di Nedo Paglianti

 

 

È un racconto di pura fantasia. Ogni riferimento a persone esistite od esistenti, a fatti accaduti o accadenti, è puramente casuale. Se credete di riconoscere qualcuno o qualcosa, sono solo fatti vostri:  non l’ho di certo detto io!

 

Salvio era un uomo pio. Era così pio, ma così pio, che i pulcini al confronto ringhiano!

 

Un giorno, si telefonò a casa e rimase perplesso quando gli dissero che non c’era. Gli aveva risposto la domestica. “Strano – pensò – oggi è mercolestì!”.

 

Era stato molto precoce. A soli due mesi aveva detto: “Papà! Pupù pipì popò pepè?”. Meno male che le vocali sono solo cinque, pensò suo padre.

 

Il giorno dopo rientrò a casa tardi, ma così tardi che non lo riconobbe nessuno. Lo riconobbe solo Argo, il suo scaldabagno.

 

Sua moglie gli chiese i documenti. Salvio disse: “Scusa, ma sono appena arrivato da Troia!” e lei rispose: “Lo so che vai sempre a puttane, ma questa volta me la paghi”. “Strano, me l’hai sempre data gratis... bene, dimmi quant’è che ci leviamo il pensiero” disse, mettendo mano al portafogli. Ma Ruggero, urlando, gli morse la mano perché il portafogli era il suo. Andò dal medico a farsi medicare il morso e il dottore lo rassicurò, ma lui si arrabbiò molto perché era già assicurato.

 

Un giorno, ebbe un’idea fulminante e difatti rimase fulminato. Lo ricoverarono nei grandi ustionati e stette tre giorni in coma. Il quarto giorno risorse ed apparve ai più. Gesù lo beccò il quinto giorno e gli fece un culo così per millantato credito.

 

Tornato a casa, lo scaldabagno Argo non lo riconobbe per via del culo così e gli crollò in faccia, procurandogli due bozzi in fronte che parevano corna, grazie alle quali, invece, tutti lo riconobbero sempre e subito.

 

Salvio disse: “Ora mi compero una squadra di calcio”, ma non ci riusciva. Trovava solo squadre di acciaio, di plexiglass, di alluminio, ma di calcio nemmeno una. Solo una volta trovò un goniometro di marzapane.

 

Allora disse “Mi compro una televisione”. Vide un grosso Telefunken a valvole del 1971 in un mercatino dell’usato e si accorse che quella era la sua strada. Strano, abitava lì da anni e ci non aveva mai fatto caso.

 

Adesso che era il padrone della televisione, doveva pensare a qualcosa di originale. Doveva prendere il toro per le corna, invece si sbagliò e prese la Juve per il culo. Un gruppo di ultrà bianconeri lo picchiò col crick.

 

Decise di fondare un partito. Andò alla stazione, ma non trovò nessuno che partiva, solo gente che arrivava. “Lei sarà pur partito da qualche parte!” gridava impazzito inseguendo chiunque arrivasse: “Venga qua, che la devo fondare!” Poi, nella confusione, si sbagliò e invece di fondare un partito, partì un fondente. Lo assaggiò e gli venne il diabete. Decise allora che, in alternativa alla squadra di calcio, gli sarebbe andata benissimo anche una riga di legno, di abete.

 

A causa di tutto quel fracasso, arrivò il Capo della polizia. Il Tronco, le Braccia e le Gambe arrivarono dopo, mentre il Culo non arrivò mai.

 

Il giudice lo interrogò e gli dette vent’anni. Salvio rimase sbalordito perché ne dimostrava almeno sessantacinque. Disse: “È colpa della sinistra comunista!”. Gli chiesero il motivo e Salvio rispose che non lo sapeva esattamente, ma che quelli del marketing gli avevano insegnato di dire sempre così.

 

Si sentiva solo, così una sera andò al ristorante. Era felice come un ragazzino perché il cameriere gli aveva finalmente portato la lista dei rossi. Pianse di amara delusione quando gli spiegarono che si trattava solo della carta dei vini.

 

Una volta andò al governo, ma non ne era sicuro. Arrivato sul posto chiese informazioni ad un passante, ma il passante era rotto. Per cui la cinta si sfilò, gli calarono i pantaloni e rimase in mutande. “E questo sarebbe il governo?” pensò. Decise di non pensare più. La gente applaudì il grande gesto. Il suo cervello, che a questo punto non aveva più nulla da fare, si addormentò. Furono i giorni più belli della sua vita, ma anche della nostra.

 

Per via del cervello che dormiva, pensò di non essere in sé e si cercò per vedere dov’era, forse sono uscito un attimo, disse, ma non si trovò. "Peccato che la vita è breve..." disse fra sé e sé, ma poi si ricordò della profezia: “Chi ha fede, avrà la vita eterna”. L’idea gli piacque molto ed inventò Emilio.

 

Dopo qualche anno che l’aveva inventato, Emilio gli telefonò e gli disse: “Guarda che è scoppiata la guerra!”. Salvio avrebbe voluto trasecolare, ma siccome non sapeva cosa vuol dire, fece finta di nulla.

 

All’ora Emilio l’incalzò, ma Salvio gli disse: “Non farmi incalzare, lo sai che quando m’incalzo divento brutto!”. Ma Emilio continuò e disse: “La guerra è una cosa seria. Devi subito chiamare gli altri capi di governo e fare una coalizione”. Salvio chiese: "Ma quando bisognerebbe farla questa coalizione?” “Secondo me, subito! Anche domani mattina...” rispose Emilio. Salvio replicò: “Ma sei scemo? Non lo sai che io non faccio mai coalizione la mattina! Al massimo, prendo un caffè...”. Emilio riattaccò. Salvio no e rimase al telefono quattro giorni e quattro notti.

 

Il quinto giorno lo ritrovò Gesù e gli rifece un altro culo così, anche se quella volta non aveva fatto niente, certo che ne avrebbe fatte prima o poi e quindi si avvantaggiò sul lavoro.

 

Poco dopo, si tenne un congresso a Bruxelles e lui fu invitato. Riuscirono a svitarlo col CRC, ma solo dopo una settimana.

 

Decise, un giorno, di cucinare da solo ed andò al supermercato per fare la spesa. Al reparto ortofrutticoli si trovò gomito a gomito con un brigadiere delle fiamme gialle. Lui, in segno di devozione, gli offrì un mazzolino di fiori di zucca, ma il brigadiere lo denunciò per ortaggio a pubblico ufficiale.

 

Andò alla cassa, ma la cassiera sbagliò a fargli il resto. Strano, perché il primo glielo aveva fatto da urlo.

 

La cassiera si scusò e gli disse: “Sono sicura che lei non è il tipo che se la prende...”. Salvio rispose: “Certo che no, di solito me la danno spontaneamente!”. La cassiera, a quella risposta, vide la luce e da quella volta in poi, alle elezioni, votò per sempre Sabina Guzzanti: “Tanto è uguale...” pensò.

 

Per dimostrare a se stesso che era ancora un uomo di valore, fece un concorso all’università e vinse una cattedra, ma non sapeva dove metterla. Cercò di piazzarla nel salotto di Marta Marzotto, ma non ci riuscì. Allora provò col salone di Cecchi Paone. Poi col soggiorno di Mike Bongiorno, con la cucina di Luciana Turina, col tinello di Raimondo Vianello, col camerino di Pistarino, col parcheggio di Ezio Greggio, col bidè della Bertè, con il cesso di sua sorella (non fa rima, ma è vero) e persino col bagno dell’Uomo Ragno. Gli restò solo il terrazzo, ma lì proprio non c’entrava.

 

Deluso, decise di arruolarsi militare. Gli proposero la legione straniera, ma lui tentennò perché non aveva il permesso di soggiorno. Fu assegnato al reparto cammelli e inventò il business. Barattava peli del culo con caccole di dromedario. Quattro peli, una caccola. Lì per lì gli affari andarono bene, ma poi ci fu l’inflazione e ci volevano sei caccole per un pelo. Per un pelo si salvò e tornò a casa incolume, mentre tutti gli altri tornarono in treno.

 

Un giorno pestò una merda. La merda si annusò e corse subito a pulirsi contro lo spigolo del marciapiede.

 

In un bar di Roma chiese un caffè. Il barista gli domandò: “A’ dotto’... che glielo faccio corretto?”. “No, guardi – rispose Salvio – me lo faccia con la macchina come al solito”. Il barista, a quella risposta, vide la luce e da quella volta in poi, alle elezioni, votò per sempre Sabina Guzzanti: “Tanto è uguale...” pensò.

 

Allora lui, che certo non se la sentiva di mettersi in competizione diretta con Sabina Guzzanti, pensò seriamente di andare dallo psicanalista a farsi analizzare, ma temeva che potessero infilargli qualcosa nell'ano. Farà male? Si domandò. Si dette trenta secondi di tempo per rispondere, ma il tempo passò e non rispose. Scese a meno ventimila. Allora giocò il jolly e si sentì sicuro della sua risposta definitiva. Jerry disse “L’accendiamo?” Salvio rispose “Sì, grazie!” e si fecero un cannone della madonna che dovettero portarli via col carro attrezzi.

 

La Madonna li perdonò. Infatti il cannone non era proprio suo, ma del figlio. Tanto quello, di spini, ce ne aveva addirittura una corona intera.

 

Un giorno, mentre era a passeggio, gli si fece incontro un signore che aveva in braccio una damigiana d’olio. Il marciapiede era stretto e in due non ci passavano. Salvio tentò di farsi da parte, ma inciampò e cadde. Anche il signore con la damigiana finì per terra, la damigiana si ruppe e tutto l’olio si rovesciò addosso a Salvio.

 

Quando rientrò a casa, Salvio disse che era stato unto dal signore. Non gli credettero. Allora Salvio fece due figli per giurarci sopra, così magari gli avrebbero creduto. Poi se ne pentì e giurò sulla testa dei suoi figli che non avrebbe più giurato sulla testa dei suoi figli.

 

Sua moglie, per vendetta, lo tradì con un altro uomo, sì perché con quello di prima non si divertiva più. Salvio la prese molto male. Infatti la prese sulla canna della bicicletta in discesa, mentre pioveva, senza freni, a fari spenti e di notte. Poi soggiunse: “Tu chiamale, se vuoi, emozioni!”.

 

Ad un tratto si ammalò, ambarabà-ciccì-coccò. Negli ultimi momenti di lucidità, era talmente lucido che la moglie e la figlia dovevano mettersi gli occhiali da sole. Quando stava bene glieli metteva lui.

 

Era persino diventato cieco. Ma un giorno, aprì gli occhi e parlò. Poi aprì la bocca e ci vide. Un bel casino! Dovette rifare tutto da capo. Apri gli occhi e ci vide. Poi aprì la bocca e parlò: sparava di quelle cazzate che dovettero staccargli la spina del polmone d’acciaio.

 

Il giorno prima di morire, era sempre vivo. Quando se ne andò, in molti lo piansero, qualcuno lo rise.

 

Il Notaio notò che era giunto il momento di leggere il testamento, ma il Senefregaio se ne fregò di leggerlo con grande disappunto degli astanti, ma anche con grande contrappunto dei musicanti.

 

Al paese hanno messo una lapide alla sua memoria, ma datosi che la memoria è sua e che lui è morto, nessuno si ricorda più dov’è la lapide.

 

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