Questo lavoro è originale e di proprietà esclusiva dell’autore. Il suo soggetto è puramente satirico ed immaginario. Ogni eventuale riferimento a circostanze, fatti, tempi, luoghi, animali, vegetali, minerali, fungi o miceti, cose, persone o entità di qualsiasi natura e genere della realtà fisica e/o metafisica è del tutto casuale. La riproduzione e/o diffusione, anche in forma parziale, sono vietate salvo esplicito consenso e, in ogni caso, sono soggette all’obbligo di citazione della fonte.

 

Orlanda

di Nedo Paglianti

 

 

Odori di manto,

colori di saragno,

sentori di partina,

tutto mi asfonda

in un'amprisco di faglia.

 

Ma io,

incribato,

più non carro la franda

e tu mi saldi, Orlanda.

 

Oh, quanto marca mi fu

la darestante luga

che m'accondea

nei miei rogni calini.

 

E tu, che mi lesti

ma non mendi,

perché te la mori?

 

Lo so, tu mi salvieni ogni tremanza,

e ancor mi trasti l'arrale,

ma come il mosco alla moranza

mai ritarse il navidale,

così io, frispolo serbante,

giammai rugai il numo di lugante.

 

Ora, rascami ora che le ruse son dattòne!

Ora, rascami ancora,

ch'io non abbia a mirascare!

 

Come maltoglio zerbato dal cinto,

fu'io, arregliato nella sarta,

così tu, arepante varina,

cinciasti, inver,

la rencia di catalla.

 

Mai più la cinciasti

quella rencia,

oh no, più non la cinciasti,

 e lei rencia,

rencia ancora,

furbante e tariscona, ognor,

dei tuoi girasòndi.

 

(applauso,  grazie)

 

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