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QUELL’IDIOTA DI COMANDANTE

(leggenda marinara del secondo dopoguerra)

di Nedo Paglianti

 

 

 

C'era una volta un capitano di marina che, nonostante il grado, era scemo.

 
La grandezza dell'imbecillità di questo capitano era tale che non era affatto facile accorgersene. Infatti, quanto più una cosa è grande, tanto più è  difficile comprenderla, perché è impossibile percepirne l'esatta dimensione con una sola occhiata. Così, a prima vista, il capitano idiota sembrava una persona normale.

 
Erano poche le occasioni in cui palesava al mondo il suo vero stato di imbecille assoluto. Come quella volta che, sceso dalla propria auto, si accorse di avervi lasciato le chiavi dentro. Dopo averle osservate attraverso il vetro, pensò:
«Guarda qua: sono talmente veloce che ho anche rimesso le chiavi nel cruscotto mentre chiudevo!» e per recuperarle scagliò un mattone contro il parabrezza, mandandolo in frantumi, senza pensare a tirare la maniglia della portiera che, ovviamente, era aperta.

 
Una volta, conobbe un potente armatore che gli confidò la propria preoccupazione a proposito di un mercantile di grosso tonnellaggio che gli costava troppo, perché inattivo e fermo in banchina da lungo tempo, ma che non poteva vendere - disse - per ragioni politiche.

 
Allora il capitano, ovviamente senza perdere neanche un secondo in inutili riflessioni, avanzò una proposta, dicendo che sarebbe stato capace di ridurgli il costo del mercantile almeno del 25%, in modo che non fosse costretto a venderlo. L'armatore sorrise ed accettò. Dopo essersi accordati sul suo compenso in caso di riuscita, gli fu conferito immediatamente il comando del vascello.

 
Il capitano idiota partì ed arrivò sul posto il giorno seguente. Convocò subito il nostromo del mercantile e gli chiese:
«Qual'è il costo fisso più alto?». Il nostromo rispose: «Il carburante…». L'idiota proseguì chiedendo: «Il carburante?!.. Ma quale carburante, se la nave è ferma?!» Il nostromo rispose: «Dio mio, ma perché anche quando le navi stanno ferme, i motori devono essere tenuti sempre accesi al minimo…». Il comandante, stizzito, replicò: «E quanto incide la voce carburante sul bilancio?» Il nostromo, non senza timore, disse: «Duemila scudi al giorno, fanno settecentotrentamila scudi all'anno, cioè il venti percento delle spese totali...».

 
Il capitano demente, ancora non convinto, pensò tra se:
«Ma se non navighiamo, perché teniamo i motori accesi?!». Si congratulò con se stesso per la brillante osservazione e proseguì chiedendo: «E quanti uomini sono necessari coi motori sempre accesi?». Il nostromo, paziente, rispose: «Serve comunque tutto l'organico di macchina, signor comandante. Tre uomini: un primo ufficiale, un secondo ed un fuochista.». «E quanto costano questi tre uomini?», incalzò l comandante. Il nostromo, che iniziava a dare segni di viva preoccupazione, disse molto titubante: «duecentonovantacinquemila scudi all'anno... l'otto percento delle spese…».

 
Il deficiente, che stava per avere un orgasmo, chiese:
«Questa barca ferma in banchina, sta navigando?». Il nostromo, senza farsi vedere, col piede destro si dette un pestone sul piede sinistro. Provò un dolore della madonna, ma almeno ebbe la conferma di essere sveglio. Rispose con un: «No, ma...» del tutto sommesso. L'ebete eiaculò e disse: «Semplice! Spegniamo i motori e mandiamo a casa il personale di macchina!».

 
Così fu. La salsedine e la mancanza di manutenzione ridussero le macchine, in poco meno di un anno, ad un ammasso di ferraglia arrugginita ed incrostata. Il mercantile, ormai irrecuperabile, era perso per sempre.

 
Il capitano cretino, invece di costituirsi alle autorità per quanto aveva combinato, al termine dell'anno fiscale guardò le voci di bilancio che erano diventate compatibili con i suoi obiettivi, ebbe un secondo, irrefrenabile, orgasmo e tornò dall'armatore per incassare la posta. L'armatore lo ascoltò divertito e gli pagò quanto dovuto, aggiungendo perfino una mancia.

 
Però, il capitano deficiente, sin dalla pubertà, era vittima di uno stranissimo fenomeno paranormale che ricorreva con assoluta puntualità ogni quattro anni: diventava improvvisamente capace di intendere e di volere. Ciò accadeva regolarmente il secondo mercoledì di febbraio di ogni anno bisestile, dalle dodici e trenta alle dodici e trentadue comprese. In quel momento, erano appunto scoccate le dodici e trenta di un secondo mercoledì di febbraio, in anno bisestile.

 
Dopo un attimo di smarrimento (diventare capaci di intendere e di volere per pochi attimi ogni quattro anni fa un effetto terribile) il capitano mentecatto guardò l'armatore e gli chiese:
«Ma come? Le ho appena distrutto una nave e lei mi paga? Guardi che io sono un imbecille!».


L'armatore sorrise e, carezzandogli la guancia col frustino, gli disse:
«Non dico che lo sei, ma se tu fossi stato un altro, non avrei mai accettato la tua offerta, perché per fare quello che hai fatto, bisogna essere proprio come te.».

 
«Ma allora - insisté il capitano (solo per quel momento non più) deficiente - perché ha accettato la mia proposta, già sapendo che le avrei distrutto la nave?!»

 

«Perché non potevo venderla - riprese l'armatore sorridendo ferinamente - ma avevo una bella polizza di assicurazione per danni procurati dall'equipaggio!».

 
Il capitano oligofrenico ebbe un fremito, restò per alcuni secondi con lo sguardo perso nel vuoto, mentre un filo di saliva gli scendeva da un angolo della bocca. Si alzò dalla sedia senza dire una parola, si dette una scrollatina di spalle e, a tasche gonfie, s'incamminò verso casa, primo perché la nave non era sua e poi perché erano appena scoccate le dodici e trentatré di un mercoledì qualsiasi.

 

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